Idee in Pillole – volume 2

Nuovo mese, tante altre idee in pillole! E’ tempo di fare un riepilogo di quanto accaduto questo mese!

Molestie ad Hollywood e non solo

Avrete sicuramente notato che ultimamente c’è un esplosione micidiale di accuse di molestie sessuali. Prima #Hollywood, ora l’Inghilterra, accuse su accuse, anche a decenni di distanza.

Kevin Spacey

Kevin Spacey

Trovo che ci sia qualcosa di perverso in tutto questo: gente come #KevinSpacey viene denigrata e scaricata dal mondo del cinema e dalla TV Americana a causa di un tweet di un attore di secondo piano che fino ad oggi non aveva mai detto nulla sull’argomento. Fermo restando poi che dal racconto dell’attore stesso sembrerebbe che queste “molestie” siano in realtà dei tentativi di approccio un po insistenti e nulla più…
Questo poi pone un altra domanda: quanto si è abbassato il limite delle molestie sessuali? Se provo a chiaccherare con una ragazza alla fermata dell’autobus o in stazione e magari insisto un po per farmi lasciare il suo numero, sto molestando??? Può sembrare una stupidaggine ma ormai siamo a questi livelli e potrebbe capitare a chiunque…
Avevo poi scritto sul caso #Weinstein che prima di giudicare il soggetto occorre che la giustizia Americana (che per fortuna non è quella italiana!!!), faccia il suo corso e verifichi tutte le accuse. Ho motivo di credere che in molti casi si tratti di accuse false, infondate o anche esagerate, anche se vista la mole potrebbe anche esserci del vero. In ogni caso il condizionale è d’obbligo, l’individuo è colpevole solo alla fine dell’iter giudiziario e solo oltre ogni ragionevole dubbio.
Dovrebbero invece farsi un bell’esame di coscienza tutte le attrici che per decenni non hanno detto niente sull’argomento perché anche se c’è del vero, dovevano venire fuori prima tutti questi episodi. Troppo comodo farsi avanti adesso, quando ormai molti altri lo hanno fatto!
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Remind per le ferie con Reagan!

Poche chiacchere in un mese così caldo, ma per chi (come me) non può fare a meno del mondo della libertà, ecco una pietra miliare: il bellissimo ed esaltante discorso di Ronald Reagan alla Republican National Convention del 1984!

E naturalmente non può mancare il link al sito della Reagan Foundation!

Buona visione!

6 mesi di Trump

A 6 mesi dall’insediamento, Trump ha già fatto parlare parecchio di se sulla scena mondiale e ancor di più in patria. Altri nel mondo gli contendono lo scettro dall’audience globale, Nord Coreani in testa ma il Tychoon da bravo showman tiene botta e il bilancio parziale permette di provare a farsi un idea di come andranno le cose in futuro. Un bilancio in chiaro/scuro che però fa sperare per il prosieguo di questa Presidenza. Facciamo un riepilogo dei capitoli principali:

Economia

Donald Trump

Il 45° Presidente degli Stati Uniti, Donald J. Trump.

I posti di lavoro sono aumentati e la disoccupazione è ai minimi dal 2008. In 8 mesi non si può aver agito così a fondo da raggiungere questo risultato, dunque è in larga parte da attribuirsi alla vibrante e poderosa capacità dell’economia Americana di riprendersi col tempo anche dai disastri peggiori. Discorso diverso per quanto riguarda il potere d’acquisto degli Americani che negli ultimi 10 anni è andato calando costantemente e questo trend non può sicuramente essere invertito in così breve tempo. Per farlo serve un aumento generale delle retribuzioni, che a sua volta può essere ottenuto con un aumento della domanda di lavoro, al tempo stesso occorre che nei settori dove la competitività è diminuita di più si inverta la tendenza attraverso semplificazioni e razionalizzazioni delle leggi e dei regolamenti. La burocrazia non è un problema solo in Italia, ma dovunque sia troppo asfissiante. Naturalmente gli USA non sono l’Italia e da questo punto di vista stanno molto meglio ma l’allarme è bene che scatti adesso, prima di continuare su una deriva assai pericolosa. E’ sufficiente vedere l’esodo dalla California di numerose imprese per farsi un idea di ciò che vuol dire: la destinazione sono spesso altri stati limitrofi, segno che la competizione fiscale funziona, altro che armonizzazione come qualcuno vorrebbe fare qui da noi!
Il maxi taglio fiscale annunciato qualche mese fa, va nella giusta direzione, tuttavia, per avere l’efficacia necessaria deve essere accompagnata dalle riforme indicate qualche riga fa e soprattutto da altrettanti tagli e risparmi sul bilancio federale. Gli USA soffrono di un deficit pesante e un debito pubblico enorme, frutto della sciagurata politica economica degli ultimi 8 anni di cui si deve ringraziare Mr. premio nobel per la (NON) pace. E’ un dato che non si può ignorare e un problema che nei prossimi 3 anni dovrà assolutamente essere messo sotto controllo e disinnescato.
Siamo alle buone intenzioni e qualche segnale positivo. 6 politico con un + di incoraggiamento.

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Balle da Fatto Quotidiano

Mi ero ripromesso di limitare i miei interventi su #Trump per concentrarmi anche su altre cose. La giornata è piena, fra lavoro, palestra, impegni vari, il tempo per scrivere due righe e condividerle con voi non è molto, ma di fronte all’ennesima inutile polemica non posso trattenermi.Il fatto quotidiano.
“C’è un bullo al vertice NATO”. Questo titola #IlFattoQuotidiano. Bene. Il bullo in questione sarebbe il presidente USA perché “ha spinto” il collega del Montenegro per fare la foto in prima fila. Dal video stesso del sito si vede chiaramente che la spinta non c’è e che al massimo si può dire che Trump si faccia spazio con decisione. Ma il punto non è ovviamente questo, semmai che per l’ennesima volta la diatriba è su delle stupidaggini clamorose. D’altra parte è noto fin dall’inizio delle primarie Repubblicane nel 2015 che si conosce il Trump politico, non dovrebbe neanche fare notizia una cosa del genere, a meno che non si voglia deliberatamente screditare ancora di più il Presidente, a prescindere che ci siano motivazioni valide o no. E’ questo tipo di stampa che ha perso le elezioni USA l’anno scorso e che non ha saputo prevedere la #Brexit prima e capirla poi. Una testata giornalistica che si rispetti dovrebbe mettere in risalto i contenuti del vertice e raccontare i temi trattati e le decisioni prese, a maggior ragione del fatto che si tratta dell’esordio per il nuovo Presidente USA e a quanto dichiarato, di un nuovo approccio all’Alleanza. Invece ci troviamo sulle home page dei siti dei principali giornali questa cazzata da pagliacci, a dir poco esagerata e del tutto inutile.
E si che gli argomenti per criticare in maniera seria il Tychoon non mancherebbero di certo, anzi.
Mi viene da concludere dandovi una previsione: a bocce ferme, se il livello della critica della Stampa e del Partito Democratico Americano rimane questo, si preparino per un altra cocente sconfitta tra 4 anni. La gente li ha mollati quando meno se l’aspettavano, figuriamoci se le cose continuassero così.

Tomahawk sulla Siria

Questa notte, alle 2:30 ora Italiana, il Presidente Trump ha ordinato ad alcune navi nel mediterraneo di sparare quasi 50 missili Tomahawk contro la base area di Al Shayrat in Siria. Ufficialmente l’attacco è la risposta all’attacco chimico di 2 giorni fa a Idlib ma in realtà il segnale inviato agli altri attori della regione è molto chiaro e ben più importante degli obbiettivi colpiti dai missili.

Tomahawk!

Un missile Tomahawk parte da uno dei 2 caccia-torpedinieri che hanno partecipato all’attacco di stanotte.

L’azione di Trump rimette, in un sol colpo, gli Stati Uniti al centro della scena medio-orientale, questo perché le possibilità di intervento USA sono molto superiori a quelle degli paesi confinanti con la Siria o vicini ad essa. L’America può far valere tutto il suo peso politico, economico e militare, cosa che aveva rinunciato a fare per tutta l’era Obama, con i risultati che sappiamo. Ora per Russi e Iraniani sarà ben più difficile attuare il disegno di dominio sulla regione cui entrambi aspiravano. Si mette male anche per Hezbollah, che proprio dall’Iran riceve appoggio e si mette invece molto bene per Israele che infatti plaude all’azione di Stanotte. Soddisfatti anche molti degli altri leader occidentali.

Rimane incerto a questo punto il futuro di Assad, con Trump che giocherà la partita per poter sfilare ai Russi e agli Iraniani il controllo del paese e che quindi punterà probabilmente alla sua deposizione o almeno al suo “addomesticamento”. Non dimentichiamoci anche che nelle ultime settimane alcune migliaia di soldati Americani sono arrivati in Siria per combattere l’ISIS e ovviamente queste truppe avranno un peso non da poco, quando sarà il momento di decidere il futuro della regione.

In conclusione, si tratta di un primo passo, finalmente positivo, verso la risoluzione del disastro Siriano, disastro che, non dimentichiamocelo mai, è stato creato in primis da Barack Obama.

Gli ordini di Trump

Donald #Trump è Presidente degli Stati Uniti da 10 giorni. Si è subito dato da fare e ha sfornato un ordine esecutivo per bloccare per 90 giorni l’ingresso dei cittadini di 7 paesi a maggioranza musulmana. inoltre prevede lo stop di 120 giorni nell’accoglienza dei rifugiati e dimezza la quota da 100.000 a 50.000 per quest’anno. Questi sono i fatti.

Donald Trump.

Trump firma gli ordini esecutivi sull’immigrazione.

Chi scrive, come a molti amici è già noto, ha sperato fino all’ultimo che Donald Trump non fosse la nomination Repubblicana alle Presidenziali del 2016. E’ mia opinione infatti che nel caos generato da 8 anni di politica Obamiana nel mondo, fosse necessaria una guida molto più esperta e autorevole, sia per le questioni di politica internazionale, sia per le questioni interne legate agli USA. Così non è stato e me ne sotto fatto una ragione. L’America è la più grande democrazia del pianeta e nessun altro paese, tranne la Gran Bretagna, può vantare una tradizione liberale come la loro.
Trump non rispecchia ciò che rappresenta il Partito Repubblicano. Per il sottoscritto, il vero GOP è quello di Ronald Reagan, il partito dell’ottimismo, della speranza, della libertà economica, della tradizione, dell’orgoglio della propria nazione, dei muri che vanno giù. L’azione di Trump è diversa e non piace a tutti, anzi.

MA

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Inizia l’era di Donald

Reazioni a caldo dopo il discorso di #Trump, ma prima una premessa: ancora grande apprezzamento per l’ex Presidente #GeorgeBush. Evidentemente ha lasciato un segno molto più positivo di quanto i media main stream vorrebbero far credere. Francamente non mi fido assolutamente dei sondaggi sul consenso al Presidente. I sondaggi non hanno azzeccato una mazza del risultato elettorale, figuriamoci se ci prendono col consenso al presidente. Dubito quindi che il consenso ad #Obama sia così alto come ci raccontano, così come dubito che fosse così basso quello di Bush il 20 gennaio 2009.

Donald Trump.

Donald Trump giura da 45° Presidente degli Stati Uniti.

Detto questo: ho ascoltato il discorso in lingua originale, giusto per avere il metro esatto delle sue parole. Del resto avevo seguito i dibattiti delle primarie in Inglese, quindi mi sembrava giusto chiudere il cerchio.

Cosa va:

  1. Il richiamo all’identità dei popoli. L’America è un paese per storia e vocazione multiculturale, quindi il richiamo è da interpretare soprattutto in chiave anticlandestini. E’ positivo che a Trump interessi l’identità di tutti i popoli e da Europeo mi fa piacere.
  2. Lotta al #terrorismo: il vero pericolo, da affrontare con tutte le energie e le forze. Amicizia con tutti i paesi di buona volontà, senza preclusioni.
  3. Il richiamo al valore dell’America. Dopo 8 anni è il momento di resuscitare l’orgoglio Americano. Sarà un impresa complessa da tradurre in realtà e dipenderà dall’insieme delle politiche messe in campo. Ma è davvero difficile fare peggio di Obama, quindi possiamo sperare.

Cosa non va:

  1. Protezionismo is not the way: dalla globalizzazione non si torna indietro, è un fenomeno inevitabile e troppo grande per essere ignorato o evitato. Va affrontato di petto e cavalcato per ottenerne il massimo. In questo senso mi sarei fidato molto di più delle ricette di #MarcoRubio, #JebBush e #TedCruz. Ma il Presidente ora è lui e quindi devo sperare di avere torto.
  2. Isolazionismo in politica estera: nessun riferimento a #Israele, anche se implicitamente con la lotta al terrorismo si intende una certa vicinanza allo stato ebraico. Che gli altri paesi #alleati degli USA possano fare di più è certo ma bisogna cercare un punto d’equilibrio. Non mi sento tranquillo, specie per la #NATO.
  3. Realismo: Trump ha fatto riferimento alla ricostruzione di strade, ponti, ferrovie, ecc… Ha anche detto di voler tagliare le tasse e rinforzare di nuovo le forze armate. Il deficit federale dopo 8 anni di disastri Dem è parecchio sfondato e il debito pubblico è quasi al 100% del PIL USA: continua a non essere chiaro come farà a realizzare tutta questa roba.

Nel complesso è sembrato più un discorso da campagna elettorale che non da insediamento alla presidenza quindi NON bello. Altra stoffa e altro carisma aveva #Reagan (mi sono riguardato il discorso inaugurale qualche giorno fa su Youtube, vi consiglio di rivederlo). Comunque sono positivi i riferimenti all’unità e al valore del popolo Americano.

La palla adesso sta a lui.

Donald, stupiscimi!
#GOP #USA #NewDirection #CoR #America

United States of Trump

E’ arrivato il verdetto. Impietoso! Onestamente non credevo che Trump ce l’avrebbe fatta, men che meno con queste proporzioni. Perché se è vero che Reagan e Nixon fecero i record di 49 stati su 50 è altrettanto vero che Trump partiva a dir poco svantaggiato: tutti i media o quasi contro, tutto l’establishment Finanziario e Federale (compresi il Pentagono e la CIA) a screditarlo e sostenere più o meno implicitamente la Clinton, il Partito Repubblicano stesso al gran completo, compresi almeno 2/3 della base che avrebbe invece votato per altri candidati durante le primarie. Aveva davvero tutti contro, eppure ce l’ha fatta. Perchè?

Donald Trump.

Donald Trump nel suo discorso dopo la vittoria.

E qui viene il bello. Per riuscire in questa impresa Trump è stato aiutato, non dal suo partito, non dai media, non dal governo federale…. Ma dalla sua diretta avversaria!!! Voi direte: ma come? Continua a leggere

Tasse, la costante dei burocrati

E’ notizia di oggi che l’Unione Europea ha inflitto una pesantissima “multa”, che poi multa non è, alla Apple, la mitica società di Tim Cook fondata negli anni 70 da Steve Jobs, colpevole di aver fatto pagare troppe poche tasse alla Apple dal 2007 ad oggi.

Molti i tweet di giubilo per questa notizia ma in tutta onestà non concordo, anzi. Sebbene non sia particolarmente contento che Apple paghi così poco, è altrettanto vero che questo caso genera come minimo qualche perplessità.

  1. Innanzitutto non capisco come si possa fare a definire un certo livello di tassazione un “aiuto di stato”, espressione che in realtà dovrebbe corrispondere ad incentivi, prestiti ad hoc, o regole palesemente fatte apposta per un’azienda specifica. Nel caso attuale invece non si tratterebbe di nessuna di queste situazioni, bensì Apple si sarebbe semplicemente avvantaggiata di norme varate quasi 20 anni fa per favorire l’innovazione in generale e gli investimenti delle multinazionali Hi-Tech in Irlanda.
  2. Chi decide qual’è un livello di tassazione accettabile? La Vestager? La UE? Non credo proprio. La Vestager è solo un “Commissario”, la UE non ha autonomia impositiva, cioè non può effettuare direttamente una tassazione. Dunque chi stabilisce regole di questo tipo? Gli stati nazionali. E fintanto che la situazione rimarrà questa la UE dovrebbe guardarsi bene da sparare affermazioni e multe come quelle annunciate dalla signora.
  3. E’ lecito che la UE si metta ad impicciarsi fino a questo punto della tassazione degli stati? L’Irlanda ha infatti presentato ricorso, proprio perché si tratta di fatto di una intromissione in questioni che non riguardano la UE, non finché l’unione non si doterà di una costituzione e di leggi fiscali che diano un ordinamento chiaro a tutta l’Europa.

Insomma, siamo di fronte all’ennesimo abuso dell’UE. Non paghi dei danni fatti fino ad oggi e incuranti di tutti i segnali di disgregazione dell’Unione, Brexit in primis, si continua a danneggiare chi produce e crea ricchezza.

 

Espandere la Democrazia

Un’altro attentato, proprio il giorno del mio compleanno… A questo punto m’incazzo! Ma come al solito voglio essere costruttivo e non disfattista e mi viene di getto una riflessione che voglio condividere con voi, proprio riguardo a questa situazione e al bisogno di libertà e democrazia nel mondo.

Una bambina posa dei fiori dove ieri sera ha avuto luogo la mattanza.

Una bambina posa dei fiori dove ieri sera ha avuto luogo la mattanza.

E’ il terzo attentato in 18 mesi per la Francia, il sesto per l’Europa dall’11 settembre ad oggi, data spartiacque. All’epoca la risposta dell’America di Bush fu di contrattaccare e spostare lo scontro altrove dagli Stati Uniti. Prima l’Afghanistan, poi a torto o ragione l’Iraq. E soprattutto in quest’ultimo caso si scatenò la furia mediatica del politically correct, che all’epoca era molto meno messo in discussione di adesso e che riversò sull’America e su Bush stesso una quantità di critiche mai viste. Nel bene e nel male quell’esperienza fu però utile e positiva perché alla fine del 2° mandato di Bush nel 2008 il terrorismo Islamico era ai minimi dal 2001 e in 7 anni non si erano mai verificati attentati su suolo Americano.
Alla fine di questa fase, venne eletto a furor di popolo e per la gioia dei media un Barack Obama che prometteva svolte epocali, anche e forse soprattutto in politica estera. Tutti si aspettavano moltissimo, me compreso e ammetto che credevo molto nella visione di questo inedito Presidente. Ma è del tutto evidente che è alla prova dei fatti che si misura la capacità di giudizio e l’efficacia di un’azione di governo della portata voluta dal primo Presidente Americano di colore della storia.
La sua politica si è basata sul disimpegno dell’America dal mondo, dove invece si prometteva un interventismo multilaterale e una lotta severa anche se diversa al terrorismo. Ha indebolito non poco le forze armate, l’intelligence, perfino la protezione per il personale di governo (vedasi l’attentato all’ambasciatore Stevens). Obama non ha cambiato in meglio le cose, le ha peggiorate e di parecchio perché in sostanza ciò che ha fatto non è stato altro che ritirare l’America dal mondo e “chiedere scusa” per l’America stessa e ciò che rappresenta.
Ha quindi arretrato il baricentro dello scontro verso Ovest, permettendo a tutto ciò che premeva da Est di farsi avanti, dal terrorismo all’espansionismo Russo, ma con riflessi evidenti anche a oriente, con la Cina che tenta di appropriarsi di migliaia chi Km quadrati di acque internazionali e la Corea del Nord che fa spudoratamente test con armi atomiche senza che niente e nessuno intervenga. E in tutto questo non dimentichiamoci del catastrofico accordo con l’Iran.

Il peggior presidente? Forse no. Ma sicuramente la peggior politica estera di tutti i tempi.

Invece di tenere botta e affrontare a viso aperto queste sfide si è perso tempo e sbagliato tutto quello che c’era da sbagliare in termini di politica estera. Badate bene, ero partito parlando d’Europa e ho finito per parlar male per l’ennesima volta di Obama ma non lo faccio a caso: America ed Europa sono legate a filo non doppio, triplo: Occidente, UE, Nato e non si può parlare dell’una senza parlare dell’altra.

Un Presidente che ha guidato l’America in uno dei momenti più difficili della propria storia, con gli errori del caso, ma tenendo saldamente testa ad una delle più gravi minacce mai viste.

L’unica strada che possiamo oggi percorrere è quella di riprendere da dove George Bush, pur con gli errori del caso, aveva iniziato: esportazione ed espansione di libertà e democrazia. Anche perché se il mondo Islamico versa oggi in queste condizioni è perché si trova ad un bivio cruciale. I tempi richiederebbero un cambiamento profondo nella società Islamica, che purtoppo in molti tra loro non sono disposti ad affrontare: emancipazione della donna, stato laico, libere elezioni, stato di diritto, emancipazione sessuale. Tutti tabù o quasi nel mondo Arabo e che contraddicono, come sappiamo bene, la spinta umana alla libertà e all’emancipazione individuale.
Dunque dobbiamo tenere duro e perseverare, senza avere la pretesa di usare i cannoni contro le mosche ma sicuramente senza chinare il capo di fronte alla prepotenza e alla tirannia. Quindi sotto con l’ISIS in Iraq e Siria, ancora più forte di quanto non lo sia fatto fino ad ora e sicuramente al livello di ciò che si può fare, con le forze congiunte di USA, Europa e Russia messe assieme. E via tutti gli accordi scellerati, con l’Iran, la Corea del Nord o chiunque per loro.
Ma soprattutto sostegno convinto e deciso ad Israele che fa parte a pieno titolo dell’occidente tanto quanto noi, la Francia o l’America e che da decenni subisce ciò che la Francia, l’Europa e l’America hanno vissuto solo negli ultimi 15 anni.
Dobbiamo farlo. Altrimenti il male prevarrà.